
Da sempre era stato il mio cruccio: la paura di non essere ascoltata, vista, considerata. Ero piccola. A stento arrivavo al metro e sessanta. Anzi, non ci arrivavo proprio. Ero magra e snella, e questo mi piaceva. Ero bionda. L'unica in una famiglia di mori. L'altro, il mio gemello genetico, se n'era andato, in una calda serata di maggio, incurante del dolore e dello sfacelo che si sarebbe lasciato alle spalle. Con me, o senza di me, c'erano i miei fratelli. Mori, alti, o almeno così li vivevo, slanciati e forti, scuri come carboni ardenti, tranquilli e sereni come io non sarei mai stata. Vivevamo in un appartamento al sesto piano di un brutto, bruttissimo palazzo. Niente a che vedere con la splendida campagna che circondava la nostra prima casa. Una casa immensa con un terrazzo così grande da girarci in bicicletta. Tante stanze, un soggiorno luminoso dove si mangiava tutti, e lo studio di mio padre, diviso da pesanti tendoni bordeaux. Lo studio di mio padre. Zona off-limit che ovviamente nessuno rispettava e che spesso era oggetto di incursioni silenziose e proibite da parte della truppa dei quattro, e dove mia madre all'inizio assurgeva a paladina della privacy, cacciandoci con urla tremende, ma che in fondo tollerava.
Ricordo con timore reverenziale lo studio dell'avvocato e i momenti deliziosi di totale solitudine e raccoglimento che riuscivo a rubare al quotidiano. Il cassetto delle meraviglie della scrivania scura e grande che occupava gran parte della stanza. Le sedie a poltroncina collocate di fronte per i clienti, la libreria in noce,stile rinascimento napoletano con le grate in ferro battuto e, posti in cima alle colonnine intarsiate, orridi gargoyles a fare da guardia agli intrusi. Mio padre. Lo adoravo, senza saperlo. Senza dirlo cercavo la sua approvazione. Anelavo un suo abbraccio e una sua rude carezza. Un giorno, ero bambina, mi portò nel suo studio, mi prese sulle ginocchia e aprì il cassetto delle meraviglie. Mi fece vedere un piccolo tesoro che arrivava dall'africa. Un elefantino in ebano nero. - Questo rimpicciolisce nel tempo, fino a sparire .- Mi disse serio. Ci credetti, perchè volevo credergli, compiacerlo, essere amata. E dopo mi prendeva la manina che gli tendevo e insieme andavamo a pranzo. I nostri pranzi domenicali, che in quella casa erano storici, caldi, accoglienti e maestosi. Ma tutto finisce anche le storie belle delle grandi famiglie. E arrivò lo sfratto. Il padrino di mio fratello mise mio padre di fronte ad una scelta, ma lì le cose non andarono come noi bambini pensavamo. I grandi a volte fanno scelte strane e terribili, a volte per salvare la famiglia la buttano nel baratro della disperazione. Le cose si complicarono. Ci fu una lite, un'amicizia finì bruscamente e, di lì a poco dovemmo abbandonare il nostro paradiso terrestre. Ce ne andammo da quello che per noi bambini era assurto al ruolo di vero e proprio Eden. E finì tutto. L'infanzia meravigliosa rimase alle spalle, un ricordo lontano che col tempo mi parve nemmeno essere esistito. Un sogno, le corse nel grano che mi sovrastava e il contadino che ci inseguiva. Una chimera le cicche con le spighe e la montagnetta con le cacche delle mucche. Un dolce, sfumato ricordo: la nostra immensa spensieratezza. Tutto finì. La nuova casa era piccola. Non ci si stava. La sera si tiravano fuori i letti dal legno. Si andava a dormire spesso con la tavola apparecchiata, mamma era troppo stanca e noi troppo pigri. E ricordo gli inverni, assiepati in quel “tinello”, dove nessuno ci stava, dove anche respirare era un sopruso all'altro, dove l'odore di bucce di mandarino si mischiava al fiato dei nostri respiri. Tutto finì. Finì la vita in quella sera di maggio, quando squillò il telefono e il volto di mio padre cambiò espressione, per sempre. Quando mia madre morì dentro e non fu più lei. Quando per sopravvivere al dolore noi tre rimasti, innescammo dinamiche che forse ancora oggi ci portiamo dentro, dinamiche di bambini che devono sopravvivere alla morte improvvisa, al terrore, alla perdita, all'abbandono.
Bambini che soffrivano e morivano dentro, si sono stretti, abbracciandosi come sapevano farlo, cristallizzando nel tempo una dinamica che li avrebbe tenuti uniti e salvati dalla morte.
Un cliché che li salvava dal delirio della perdita. Una dinamica forse malata, complessa, distorta, ma l'unica via d'uscita che in quel tragico sabato sera riuscirono ad escogitare.
E dall'infanzia passai improvvisamente all'età adulta. Avevo dieci anni e nulla capivo, se non che qualcosa di importante era accaduto e che questo qualcosa mi aveva portato via, per sempre, l'allegria di mia madre. E lei cambiò, per sempre. In lei nacquero sentimenti, modi , posture nuove, diverse, terribili perché irriconoscibili. Mia madre non c'era più, mia madre era morta in quella sera, su quei binari, insieme a mio fratello. Cercavo la sua allegria, e non c'era più, cercavo la nostra unione, e non c'era più, tentavo di poter essere ancora bambina, ma non ci riuscivo più. Devi crescere, e in fretta, mi dicevo, mi sentivo dire. Devi fare la brava, perchè mamma sta male, mi sentivo dire. Ma non ci credevo, rivolevo il mio tempo, la mia infanzia, rivolevo mia madre e mio fratello, rivolevo l'allegria e la luce della mia famiglia e non c'era più. Tutto si era dissolto nel dolore. Rimase l'oblio, il dolore e un amore soffocato e ingabbiato. Un amore con le briglie e il buio di una fredda tomba.
Col tempo i ricordi svanirono e scelsi una strada, per non soffrire.
Ognuno di noi si mise uno scudo, per poter vivere, amare e gioire. Ma l'amore antico era ormai tabù, non si poteva tornare indietro, non si poteva rinvangare, il rischio era morire di nuovo.
Rimaneva una sola strada, tappare lo scrigno del passato, renderlo inaccessibile al dolore, mettervi sopra uno scoglio immenso.
Indossare una maschera che attutisse il dolore, che lo rendesse più sopportabile.
La maschera dell'indifferenza.

2 commenti:
Anche se è triste, il contrasto tra il prima e il dopo, tra la felicità e la tristezza, tra il colorato e il grigio si legge proprio bene tra le righe di questo racconto! Personalmente preferisco i primi 10 anni, ma credo sia una scelta facile...
questo è veramente dolce,comunica quello spleen che solo la consapevolezza dello scorrere può dare
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